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Grazie Gigliola, uno sguardo delicato sul Friuli dal mondo

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Ci abbiamo messo un pò per riuscire a ricordare Gigliola Di Piazza.

Amica fedele, per quanto schiva e dai modi a volte acerbi, che avevamo imparato a conoscere e ad amare col sorriso;  fotografa professionista, di cronaca, di musica e di ricerca delle sue radici, contesa tra Milano e il suo Friuli con frequenti soggiorni all’estero, in primis nella sua amata Parigi; donna carnica fino in fondo, minuta ma tenacissima, quasi tagliata nella roccia delle sue montagne del Friuli, delle malghe e dei pascoli tante volte ritratti e messi in mostra.

Ci ha lasciato il 5 ottobre scorso, improvvisamente, e oggi la vogliamo ricordare con la lucidità e l’affetto che merita il suo sguardo speciale che tante volte ha colorato anche in questo blog i nostri racconti. Una mostra legata ad uno dei suoi ultimi progetti, “La Mont, il Mont des Berjos“, ovvero “Monti, mondi delle malgheverrà inaugurata Venerdì 21 Dicembre alle 17 presso i locali dello stabilimento termale di Arta Terme: un’occasione per ricordare un lavoro di ricerca quasi antropologica sul mondo alpestre e una professionista con uno sguardo davvero speciale.

Transumanza malga Novarzuta – foto di Gigliola Di Piazza –

 

 

Malga Loja – foto di Gigliola di Piazza –

Una storia, quella di Gigliola, comune a tanti friulani di talento, costretti a lasciare la propria terra  in cerca di fortuna: nata il 9 marzo 1947 a Tualis aveva lasciato giovanissima il Friuli per stabilirsi a Parigi dove aveva frequentato un corso di pittura. Poi Milano dove negli anni ottanta nasce la passione per la fotografia: una predisposizione naturale che l’ha portata a collaborare con alcune delle più importanti testate giornalistiche italiane, come il Corriere della Sera, la Stampa e La Repubblica.

La conosciamo una decina di anni fa e da allora non ha mai smesso di frequentare la nostra famiglia: una donna decisamente tutta d’un pezzo, dal “vaffanculo facile” che era più una misura del suo essere schietta, diretta, cristallina che una forma di distanza dalle persone o dagli atteggiamenti che non condivideva. Il suo sguardo fotografico ci affascina da subito per essere incredibilmente distante da quell’apparente durezza: delicato, raffinato, capace di cogliere quell’istante irripetibile che solo i grandi fotografi sanno immortalare. Personalmente ho amato in particolare i suoi ritratti: centinaia di volti, attraversando storie di vecchi e di bambini, di vita in malga e in città.

Storie comuni dove la sua fotografia è stata davvero un mezzo ma soprattutto un dono, un contributo alla terra, un atto d’amore

Una vita dedicata a portare fuori le storie che hanno bisogno di luce, perché non puoi lasciarle nell’ombra, altrimenti muoiono: la fatica e la devozione delle persone in cammino nel pellegrinaggio della comunità di Forni Avoltri a Maria Luggau, il senso di essere parte e comunità nel progetto “Musas”, con i volti della gente di Tualis, lo straordinario saggio umano di “Cento centenari” una galleria che racconta per immagini e testi cento percorsi di vita di persone appartenenti alla comunità friulana. 

E tutto sempre senza programma, dove niente è bello e niente e brutto, dove tutto è senza giudizio. Ricordo i meravigliosi ritratti del progetto legato ai centenari e qualche critica arrivata dai parenti che volevano la mamma o il babbo con qualche ruga in meno o un’espressione più benevola.

E invece no, Gigliola sapeva bene che la fotografia è in qualche modo un percorso di rivelazione. E’ lo spazio dove puoi scavare ad oltranza ed arrivare alla libertà.

Viviamo in un mondo violentissimo e spesso orribile: le piattaforme social ogni giorno ci sommergono di storie e fatti durissimi, e se le parole scritte, anche sul display, le puoi evitare in blocco, le immagini rimangono come qualcosa che si insinua dentro di te, è uno strumento potentissimo. 

Lo sguardo di Gigliola, attraverso la sua immediatezza arriva dritto al cuore e ti commuove, riuscendo a farti innamorare o arrabbiare; e quelle rughe,  così profonde e così vere, quegli istanti di fatica e lavoro in malga, così fuori dal tempo  e nel tempo, raccontano che ciò di cui abbiamo bisogno su questa terra, non sono solo belle foto, ma immagini più profonde, capaci, in qualche modo di frugare tra le misteriose pieghe dell’animo.

Con il suo essere ribelle e tenace, Gigliola Di Piazza  si è fatta piccola e prossima nel quotidiano, nella responsabilità del non manipolare le persone ma onorarle insieme alle loro storie, restituendoci un’idea di fotografia e di mondo vero e per questo libero. Un mondo dove c’è la tristezza, l’allegria, c’è la festa e c’è la fatica.

C’è una terra, il Friuli, fatta di storie piccole, insignificanti, trascurabili, capaci per questo di dettare il tempo, per la loro capacità di resistere, insegnandoci che, in fondo, la vita è colma di molte fini e di nuovi inizi.

Mulino di Baus – Ovaro –


L’arte non può cambiare il mondo, ma può cambiare lo sguardo che noi abbiamo sull’altro.

Agnés Varda

Gigliola Di Piazza
2 Responses
  • Maria Angela
    Dicembre 21, 2018

    Molto interessante

    • admin
      Marzo 25, 2019

      Grazie Maria Angela, non puoi che trovarci d’accordo con te!

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